Un aereo rosso fermo sulla pista di atterraggio. Una cinquantina di agenti, tra Vigilanza aeronautica militare e carabinieri, lo circondano con le armi spianate. Poco dopo arrivano uomini delle forze speciali americane, che circondano il primo cerchio e che a loro volta vengono accerchiati da altri carabinieri. È l'immagine, destinata a fare la storia, della crisi di Sigonella, il punto di rottura tra l'Italia di Craxi e l'America di Reagan. "L'alleanza con gli Stati Uniti è un pilastro della nostra politica, ma l'amicizia non può essere servitù", disse lo stesso Bettino Craxi durante un discorso alla Camera. Quarantuno anni dopo la celebre notte dell'ottobre 1985, la base di Sigonella potrebbe tornare al centro di tensioni italo-americane dopo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ne ha negato l'uso all'esercito americano come ponte di appoggio per il conflitto in Medio Oriente.
Ha tutto inizio il 7 ottobre, quando un commando del Fronte per la liberazione della Palestina sequestrò la nave da crociera italiana Achille Lauro in acque egiziane, mentre l'imbarcazione era diretta in Israele. Durante il dirottamento, i terroristi uccisero a sangue freddo un passeggero ebreo-americano disabile, Leon Klinghoffer, gettandolo in mare con la sua sedia a rotelle. Dopo una complessa mediazione che coinvolse l'Egitto e il leader palestinese (e fondatore del Flp) Abu Abbas, i dirottatori si arresero in cambio di un salvacondotto verso la Tunisia. Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire su un Boeing 737 delle linee aeree egiziane, requisito dal governo del Cairo. Ma gli Stati Uniti non erano disposti a lasciarli andare ed erano decisi a processarli per l'omicidio del loro cittadino.
Il 10 ottobre, su ordine del presidente Ronald Reagan, quattro caccia F-14 americani intercettarono il volo egiziano che trasportava i terroristi e Abu Abbas sopra il Mediterraneo. I piloti americani costrinsero l'aereo civile a dirigersi verso la base di Sigonella, in Sicilia. Solo a questo punto, il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi fu informato e autorizzò l'atterraggio solo a patto che i terroristi fossero consegnati alle autorità italiane. Fu proprio a questo punto che, l'aereo rosso fermo sull'asfalto di Sigonella, venne circondato da tre gruppi concentrici di agenti e servizi armati. Prima le forze italiane, poi la Delta Force americana, e poi di nuovo i carabinieri. I militari americani tenevano sotto tiro gli italiani, e gli italiani tenevano sotto tiro gli americani.
Il presidente statunitense Reagan, infuriato per il comportamento italiano, telefonò nel cuore della notte al presidente del Consiglio Craxi per chiedere la consegna dei palestinesi. Craxi non si mosse dalle sue posizioni: i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, e sarebbe stata Roma a decidere se e chi estradare. Il governo decise di prendere in custodia, a fini giudiziari, i quattro dirottatori e di far scendere dall'aereo anche i dirigenti palestinesi che li accompagnavano, che sarebbero stati trattati come “ospiti a fini testimoniali”. Alla fine, all'alba, gli americani si ritirarono. I quattro dirottatori furono processati in Italia mentre Abu Abbas, protetto da un altro aereo scortato dai caccia italiani verso la Jugoslavia, riuscì a fuggire.
Proprio Abbas, nel 1988, fu condannato all'ergastolo in contumacia dalla Corte d'Assise di Genova che lo ha riconosciuto colpevole di sequestro di persona a scopo di terrorismo e di concorso in omicidio volontario. Secondo i giudici, fu lui a pianificare l'azione del commando del Fronte per la liberazione della Palestina, nonostante all'epoca si fosse presentato come un semplice "mediatore" inviato per risolvere la crisi. Il rientro di Abbas fece scoppiare definitivamente una crisi politica interna al governo italiano. Il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, repubblicano e filo-americano, chiese le dimissioni di Craxi accusandolo di aver gestito la vicenda in modo unilaterale e di aver compromesso l'alleanza atlantica. Dopo il decollo di Abbas, Spadolini in prima persona lasciò il suo incarico definendo la decisione del presidente del Consiglio una "scelta scellerata". Senza l'appoggio del Pri, la maggioranza del Pentapartito vacillò, costringendo Craxi a salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni il 17 ottobre 1985.